Serenade

Titolo Completo: Serenade
Software House: Jawx/VIFI International
Anno di pubblicazione: 1986
Genere: Weird


Non ho mai visto nessuno suonare una serenata. Nessuno mi ha mai raccontato di aver visto qualcuno suonare una serenata. Sarà mai esistito realmente un uomo, capace di compiere un atto così palesemente ridicolo? E' forse solo un invenzione da film di quart'ordine?

Eppure, a pensarci bene, sono state scritte milioni di parole (in prosa e poesia) per omaggiare l'altrui beltà: erano forse illusi, pazzi, o peggio ancora perfetti idioti? Cosa speravano di ottenere, se non un momento d'attenzione o considerazione? Le parole sono solo parole, in fondo. Talvolta menzogne autocitazioniste, spesso anche proferite con scarsa proprietà di linguaggio.

In fondo la costruzione narrativa è un atto puramente egoistico, come a dire "Eccomi son qui! Ehi tu, guardami, nota questo cuoricino pulsante!" In questo senso, devo dunque dar ragione in toto alla pragmatica affermazione proferita dalla Dottoressa Lydia Lunch.

Sì, okay, pensavo alle ombre. Pensavo a questo gioco/non-gioco uscito per una sconosciuta software house francese, la Jawx. Si chiama appunto Serenade ed è sempre stato una mia inutile ossessione. Non ne capisco il senso, dunque mi affascina.


La prima cosa che mi ha sempre colpito è la perfezione della schermata grafica introduttiva: un capolavoro termonucleare, pixellato ad arte da mani assai sapienti. Guardatelo dunque in tutta la sua meraviglia, osservate la sua capacità di narrare una storia.

Vi è un lui senza nome e senza volto, senza corpo. E' solo una sagoma, un fantoccio a figura intera, imbraccia lo strumento per omaggiare la sua bella, che occupa il lato destro della figura. Il volto domina la scena e attira subito lo sguardo di ogni osservatore: gli enormi e bellissimi occhi blu, tristi e interrogativi, il piccolo nasino, la bocca carnosa e imbronciata, i lunghi capelli vezzosi che circondano il suo volto, quasi con un moto ondulatorio. In questo dipinto metafisico, i capelli anche sono la base fondante su cui sosta lo strimpellatore speranzoso: un'evidente metafora dello stato delle cose che sono e che saranno.

Nella perfezione del quadro poi accade qualcosa: la nostra bella piange, piccole gocce sgorgano sempre più copiose dalla sua pupilla, andando a coprire il titolo del gioco in un dondolante lago di lacrime. Il motivo per cui piange è e resterà un mistero: forse per la commozione nei confronti un gesto così romantico, oppure per gli scarsi mezzi tecnici dell'apprendista amante?


Del gameplay in sé vi è poco da dire, se non che è appropriata la definizione di non-gioco citata poc'anzi: ai singoli tasti del Commodore è affidato casualmente un frammento di alcune composizioni musicali del repertorio classico. Il giocatore dal cuoricino palpitante deve smanettare sulla tastiera, riproducendo (se capace) melodie di senso compiuto per omaggiare la bella sulla terrazza. Ella può ricompensarci in vari modi, donandoci attenzione appoggiandosi al balcone oppure turandosi le orecchie per esprimere disappunto. Terribile la nostra sofferenza mentre ci lancia oggetti contundenti o peggio quando, sdegnosa, se ne va via per sempre, negandoci ogni ulteriore forma d'attenzione.

Non è forse una splendida metafora dei rapporti interpersonali? Vi è chi dona e magari sbaglia, ogni tanto non ricorda le note giuste e compone cacofonie, nonostante le buone intenzioni. Vi è chi riceve e quindi è giudice delle azioni altrui, sa cosa vuole, cosa gradisce e cosa disprezza.

Quel che è certo, ci sono davvero due momenti particolarmente emozionanti in questa esperienza paraludica: con le prime note, quando le luci si accendono vi è una grande emozione nell'attesa, la tensione che ci porta a dare il meglio di noi stessi e che paradossalmente ci blocca, ci fa sbagliare. Quando poi, spegnendo tutto, l'amata si ritira nel proprio alloggio arriva una terribile fitta al cuore, una sensazione davvero devastante e mortifera.

Iniziano le considerazioni interiori: ecco, è tutto finito, cosa farò adesso, non uscirà mai più, dov'è lei ora, cosa fa, mi pensa, non mi pensa, guarda oltre, ma soprattutto cosa ci faccio a quest'ora di notte qui al buio e al freddo, con questa stupida chitarrina?

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