Pirateria: K on the road in Danimarca

L'articolo è tratto dalla rivista K n. 8 (luglio/agosto 1989) pp. 11, fonte: OldMags

K ON THE ROAD IN DANIMARCA


Kappa ha recentemente trascorso una bella giornata di sole in un buio scantinato della Danimarca. Siamo andati a conoscere un giovane programmatore che si considera profondo conoscitore della scena della pirateria internazionale. Dopo aver avuto qualche "guaio" con la polizia locale, il nostro contatto presume che la maggior parte dei pirati preferirebbe di gran lunga scrivere giochi invece che piratarli...

Siamo seduti in un buio e sbiadito scantinato dove spiccano uno stereo di lusso, un grande TV color e, cosa fondamentale, un Amiga 500. Dischetti e portaceneri occupano tutto lo spazio disponibile tranne una sedia, dove siede un diciassettenne programmatore danese.

«La prima cosa che faccio appena pirato un gioco è mettere in moto lo "spacciatore". Lui è la persona del gruppo che deve stare attento a tutto ciò che viene detto in giro sugli ultimi titoli in circolazione: se certi giochi sono già stati sprotetti o meno. Se così è stato dovrà cercare di capire chi lo ha fatto, perché uno dei suoi compiti fondamentali è tenere i rapporti con altri gruppi di pirati ai quali devi sempre un favore o con i quali desideri avere dei buoni rapporti.»

«Se, per esempio, ci arriva voce che un determinato gruppo è riuscito a sproteggere molti giochi prima di qualsiasi altro, allora vogliamo cercare di entrare nelle loro simpatie, magari recapitandogli copie dei vari programmi che siamo riusciti a sproteggere. È in questo modo che riusciamo ad assicurarci un posto di riguardo nel loro elenco di distribuzione. Lo "spacciatore" in pratica deve riuscire ad assicurare al gruppo la sopravvivenza mandando i dischetti alle persone giuste: infatti ha una lista incredibile di nomi a cui dovremmo spedire il materiale...»

E la polizia? Abbiamo saputo che di recente ha dimostrato un certo interesse verso le vostre attività...

«È vero: ma è anche vero che in Danimarca le leggi sulla pirateria del software sono piuttosto vaghe, al punto da non impensierire chi esercita questa attività. Si dice che verso fine anno saranno varate nuove leggi per prevenire la copiatura e la diffusione illegali del software. Vedremo.»

Tu saresti a favore di una simile legislazione?

«Ora... sì. Una volta io ero propenso a sostenere quelli che io consideravo i diritti individuali del programmatore; però da sei mesi a questa parte è piuttosto chiaro che la pirateria ha avuto un effetto enorme sulle vendite del software. Ho saputo che alcune aziende britanniche in Danimarca riescono a vendere poco più di cento unità: questo nonostante il mio paese abbia, per quanto riguarda i prodotti Commodore, uno dei mercati più vivaci d'Europa. Vorrei poter avere una gamma più ampia di giochi da scegliere per i miei acquisti, invece di doverne sproteggere soltanto qualcuno!»

In Inghilterra hanno un'organizzazione chiamata FAST (Federazione contro la pirateria del software). Questo gruppo non solo è molto attivo, ma è riuscito a ottenere risultati di riguardo in questo senso. Avete organizzazioni simili in Danimarca?

«Sì, si chiama SUS e sta cercando con tenacia di portare in giudizio piccoli pirati, ma i loro casi erano troppo inconsistenti. I pirati rispettano anche organizzazioni simili, ma se ne fregano. Inoltre non c'è ancora stato un caso clamoroso di pirateria portato in tribunale.»

La riduzione dei prezzi porterebbe dei miglioramenti?

«Eccome. Il pirata-tipo oggi in Danimarca è la persona che non può pagare per un gioco dalle 400 alle 700 corone...»

Ma 700 corone sono 140.000 lire!

«Esatto: moltissima gente non può permetterselo. Così noi leggiamo sulle riviste inglesi di giochi che non potremo mai comprare. Se i giochi scendessero di prezzo sino a 100 corone (20.000 lire) quasi tutti avrebbero voglia di comprarli... e di avere così anche i manuali.»

Cosa ne pensi di concentrare gli sforzi sulla protezione contro la copiatura?

«Sicuramente scoraggerebbe la gente, ma in ogni caso è il nostro atteggiamento che deve cambiare e qualcosa sta già muovendosi. Un paio di anni fa tutti volevano essere nella migliore banda di pirati: oggi la maggior gloria va a chi programma i demo migliori. Così sta succedendo che molti di questi gruppi stanno cercando di essere impiegati come team di sviluppo dei vari giochi.»

In questo modo sarebbero anche in grado di applicare le protezioni più adeguate e invincibili!

«Forse sì: però la vera spinta per la protezione dei giochi deve venire proprio dall'industria stessa.»

In Gran Bretagna stanno studiando proprio questo. Ian Hetherington della Psygnosis ha affermato che il futuro della protezione sta nella stampa di un codice per ogni dischetto, attraverso nuovi metodi di produzione...

«Mi sembra una bella idea. Per il momento il miglior sistema che abbiamo trovato è quello che richiede di digitare parole prese dal manuale. I giochi della Rainbird sono estremamente difficili da piratare.»

Tu daresti una mano a creare un sistema di protezione?

«Certamente: ma solo se mi pagano!»

Molti dei giochi che abbiamo visto pubblicizzati in Danimarca, in Gran Bretagna non sono ancora in commercio. Come mai?

«I gruppi pirati americani e quelli europei spesso riescono a impadronirsi di copie in anteprima grazie alle "talpe" che lavorano all'interno delle stesse ditte. In Usa è molto più facile, mentre in Inghilterra le ditte sono più attente...»

Sì, ma come possono distribuirli così velocemente?

«Con il modem. Un pirata in gamba a volte può riuscire a sproteggere un gioco e trasmettere il file in tutta Europa grazie al suo "spacciatore" anche in un solo giorno. Non dimenticare che tutti vogliono essere i primi ad aver piratato un gioco e quindi questa velocissima distribuzione non dipende dal desiderio di commercializzarlo in fretta, bensì dalla voglia di pubblicizzare la propria abilità. La maggior parte di loro inserisce il proprio nome e il segno di riconoscimento nel codice del programma, così quando un gioco nuovo viene piratato chiunque stia usandone la copia capirà subito da chi viene il dischetto...»

...Così riescono a farsi arrestare!

«No, qui in Danimarca non si può. Almeno... non ancora.»

Il nostro inviato in Danimarca ha scoperto che gli hacker
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