29 gennaio 2016

Una nuova famiglia, i personal portatili

L'articolo è tratto dalla rivista Bit n. 38 (aprile 1983) pp. 14-18, fonte: Retroedicola

[Questo testo è interessante perché, oltre a presentare una serie di computer "portatili" dell'anno 1983 (è curioso, a posteriori, l'inserimento del Sinclair Spectrum in questa categoria), offre una panoramica storica che chiarisce molti dei termini allora in uso per definire le classi di computer, etichette che vanno dal mainframe al mini, per arrivare al micro e al personal.]

Una nuova famiglia: i personal portatili


di Aldo Cavalcoli


Introduzione


Una nuova famiglia di PC inizia sempre più ad affermarsi sul mercato. Si tratta dei cosiddetti "portatili", caratterizzati da una compattezza molto spinta, quindi dimensioni ridotte, ampie possibilità di estensione, prestazioni interessanti, comparabili a quelle degli usuali personal.

Questa nuova famiglia mette ancora una volta di più in crisi la dizione omnicomprensiva di personal computer, la quale a un certo punto necessita di una più precisa articolazione, sia in termini di potenza che di configurazione e, di conseguenza, di ambiente d'uso, per non dire "modalità" d'uso.

Aggiornamento di una definizione


All'inizio c'era il computer o calcolatore o cervellone. E in effetti c'è ancora. Anzi, in alcuni casi c'è solo "lui", il cervellone. Si legge su La Repubblica di sabato 20 novembre 1982: «Firenze spinge un tasto e il 13 esce dal cervellone».

Evidentemente si tratta di un sistema installato in un bar della città, ad uso dei clienti che desiderano compilarsi elettronicamente la schedina, associando al piacere e alla passione del Totocalcio quel certo "frisson" futuristico che sta facendo il successo dell'iniziativa.

Scorrendo l'articolo a pagina 17, si legge poi: «il cervellone, chiamato Apple II,...». Ma allora, come la mettiamo? Non si era detto (voi giornalisti) che il Cervellone, con la "C" maiuscola, era quello che sputava le pensioni, quello che dava i risultati elettorali, quello che ci scheda nell'anagrafe tributaria? Diventa allora cervellone pure il più classico dei PC, l'Apple?

Va da sé che, se la stampa fa opinione e cultura, siamo d'ora in poi abilitati a dire: «Senti, passami per favore il cervellone, che devo fare questa radice quadrata» (con ciò riferendosi a un'innocua calcolatrice tascabile).  Oppure (al centro di calcolo del Ministero delle Finanze): «Bagazzi, accenda un po' il cervellone, che sputiamo fuori un po' di cartelle delle tasse».

Il marasma è completo, e le masse reclamano cultura e punti di riferimento sicuri: quindi, approfittando di questo articolo sui portatili. due parole di inquadramento, valide oggi e forse non più domani, a seguito di altre modificazioni tecnologiche o solo di nuove configurazioni di prodotto.

Il livello più alto è rappresentato dai large computer, cui si attribuisce senza pecca anche la direzione di mainframe, con ciò intendendo grossi sistemi, installati in locali appositi, ad aria condizionata, con più addetti occupati alle varie possibili operazioni, comunque di ampia portata gestionale. Alla fine, IBM e simili.

Scendendo, incontriamo i minicomputer, più familiarmente detti mini. Più lenti dei mainframe, vedono applicazioni sia gestionali che di controllo di processo. L'unità centrale è usualmente una logica elettronica ad alta velocità, realizzata in "discreto", cioè più componenti specializzati che nel loro insieme danno la CPU.

Poi ecco i microcomputer, computer aventi come unità centrale dei microprocessori: qui inizia il difficile. La precedente definizione inizia a sapere di stantio, sia per l'attuarsi di ampie fasce di sovrapposizione con i mini, sia per l'accresciuta potenza dei microprocessori, soprattutto i 16 e i 32 bit, per potenza tranquillamente paragonabili alle CPU discrete dei mini.

Allora posso fare un mini usando come CPU un 16 bit "super" come lo Z8000: ma non ottengo forse un microcomputer? È un problema, risolvibile solo se vengono individuati dei parametri caratteristici che separano l'oggetto dagli altri, senza ambiguità. Ad esempio si potrebbe utilizzare la potenza elaborativa, la velocità, il costo. Ma non, comunque, l'applicazione, perché nessuno vieta che io utilizzi un mini DEC per gestire un motore passo-passo.

Volendo essere più seri, la parametrizzazione dell'applicazione è sconsigliata dai diversi livelli di sofisticazione di uno stesso tipo di applicazione, essendovi processi industriali controllabili da microcomputer general purpose specializzati dal software, da sistemi dedicati quali i controllori programmabili, oppure da mini veri e propri.

Allora, prendendo velocità e costo (il quale è somma evidentemente di molti fattori: affidabilità, qualità, periferiche, software, assistenza, potenza, ecc.), già si riesce a fare un primo ordine nella massa pulsante dei cervelloni. Quindi eccoci ai microcomputer. Subito però siamo assaliti da altre etichette: personal, hobby, home e, ultimo per ora, portatile.

Diciamo subito che portatile non ha nulla a che fare con pocket (computer), anche se un pocket, stando in tasca, è evidentemente portatile. Penso che ci si intenda. Allora, stando nei microcomputer, così definiti dalla presenza a livello di CPU di un microprocessore, perché personal, home, hobby? (Tanto per iniziare). E ancora, che ha senso ha sentire parlare di small business systems, o altre dizioni analoghe che tendono a caratterizzare il futuro operativo di quello che a prima vista appare essere un personal?

Con il rischio di essere noioso, vorrei agganciarli un po' alla storia. Ritengo che la dizione personal, decisa in USA all'inizio degli anni Settanta, abbia più che altro un significato psicologico: finalmente ecco un elaboratore che esce dagli asettici centri di calcolo, che posso fare mio a una spesa ragionevole, dell'ordine di grandezza (classico paragone d'altri tempi) di un buon impianto Hi-Fi.

Notate che sempre e comunque di microcomputer si tratta, stante la CPU microprocessore: ma per microcomputer si intende poi tutta una serie non inquadrabile di "oggetti elettronici" adibiti a mansioni di controllo tra le più varie, di orientamento industriale, il più delle volte di definizione custom a seconda della situazione.

Allora personal indica un sistema general purpose, da adibirsi a usi "personalmente" decisi, di sofisticazione legata alla potenzialità della macchina. Ne consegue una possibile accettazione delle altre dizioni: con hobby si indica un microcomputer general purpose, cioè personal, con il suo corredo minimo di funzioni elaborative e di periferiche o interfacciamenti previsti, che per potenza difficilmente esce dal contesto hobbistico, legato al piacere dell'uso, ai giochi, alle applicazioni sperimentali autonomamente decise. Ritengo sia chiaro che il costruttore ha pensato di dare un corretto corredo alla macchina, che svolge "bene" le funzioni hobbistiche.

Più critica la definizione di home computer, che vediamo tranquillamente atttribuire al personal della TI. In questi casi direi che si tende a enfatizzare il futuro ambiente d'uso, quindi la casa, con il supposto soddisfacimento delle esigenze applicative presenti e future dei vari membri costituenti.

Il padre fa la contabilità, la gestione della mailing list, della biblioteca, la madre tiene i conti di tutti i giorni, magari realizza un calendario personale con evidenziati i compleanni e gli onomastici di tutto il parentado, il figlio impara il BASIC, sperimenta un po' di CAI, gioca come un matto. E tutti alla sera, nonno compreso, ci danno dentro con Invaders e similari. Alla fine l'ambiente è dato dal corredo, che suggerisce l'uso, oltre che stimolarlo con un'adeguata politica dei prezzi.

A questo punto viene da sé una giustificazione dei cosiddetti small business computer, evidentemente corredati in modo opportuno (hardware più software) e di adeguata potenza elaborativa, per soddisfare esigenze contabili di varia natura.

E il portatile? Ritengo non sia da inquadrarsi nel modo fin qui seguito, ma piuttosto da vedersi "in parallelo", in quanto questa sua portabilità si somma ad altre caratteristiche d'uso, originando l'hobby portatile, lo small business portatile e così via.

Portabilità come ulteriore caratteristica, analoga ad esempio alla gestione del colore, che prima non tutti avevano e che ora c'è in modo differenziato, da cui una maggiore o minore apprezzabilità da parte del pubblico. Portabilità come elemento commerciale, per colpire ambienti poco interessati finora.

Comunque, grosso passo tecnologico, in quanto oggi un oggetto personal computer portatile non perde, per la sua portabilità, prestazioni o capacità elaborative rispetto a molti classici personal "inamovibili".

I personal computer portatili


Il fenomeno dei PC portatili è da inquadrarsi in una sempre più vasta azione dei costruttori, che dal prodotto di base PC iniziano a creare, a parità di prestazioni, oggetti fisicamente differenziabili, con l'obiettivo di coprire esigenze e comodità d'uso che possono dar luogo a un allargamento del mercato. Ma non solo questo.

Con i portatili viene stimolato l'utente, gli si offre un prodotto senz'altro psicologicamente appagante e motivante, riconducendo nella sfera PC attività e momenti operativi ed esistenziali che, senza i portatili, mal vedrebbero un PC quale elemento risolutore. Banalmente parlando, in viaggio non ci si portava un PC, mentre oggi è possibile.

Ancora, la miniaturizzazione dei PC conferisce a questi prodotti una "anima" diversa. Prendete l'orologio, gli occhiali, la radiolina, la penna, l'accendino, insomma tutti gli oggetti che a seconda delle nostre esigenze sia personali che del momento, ci accompagnano. Fanno ormai parte dell'abito che indossiamo: il mio accendino, la mia calcolatrice, il mio registratore portatile.

Cosa di più personale, privato? Questi oggetti possono essere anche visti come un'estensione del proprio essere, delle proprie capacità, in termini di efficienza operativa immediata. È sempre più usuale vedere sul treno il vicino con la cuffia del Walkman, vuoi per distrarsi, ascoltando musica, vuoi per ripassare una lezione di inglese, approfittando del "vuoto di attività" dato dal viaggio in treno.

Per non parlare poi di quanti, realizzando in pieno il nome di questo oggetto, lo utilizzano passeggiando, rinchiusi nel loro mondo musicale. Allora, perché non accettare la visione di un PC sulle ginocchia del professionista in viaggio, oppure, la sera, nella camera d'albergo, per verifiche, calcoli, impostazioni?

Certo, l'ideale è il super-gadget da polso: lo si accosta alla bocca e, vocalmente, si pongono i quesiti più vari; lui, in costante contatto con il Cervellone Totale, risponde in modo completo e personale. Questa è per ora fantascienza, neppure i giapponesi ancora ci sono riusciti. Per ora, accontentiamoci dei PC portatili, forniti di dati e informazioni, vera informatica distribuita, anzi direi "viaggiante".

Quali e quanti


Il primo personal computer portatile è stato ideato, con ogni probabilità, da Adam Osborne, noto consulente del settore e technical writer di successo. Questo prodotto ha preso il nome del suo ideatore: Osborne 1.

Il capostipite della famiglia dei portatili è stato l'Osborne 1, ideato da Mr. Osborne, noto consulente e ora imprenditore del settore. Sinceramente io, come molti altri, guardammo con un certo scetticismo questo prodotto, con la tendenza a definirlo più una curiosità che non un sistema di sicuro avvenire. Ed ammetto anche che mi era sfuggita la carica rivoluzionaria della sua portabilità.

Ma penso di essere scusato dall'inevitabile costante provincialismo contro il quale tutti noi quotidianamente combattiamo, vivendo in un paese che non l'America, in cui tutto succede, ma che sente in modo disomogeneo effetti e prodotti, comunque in seconda battuta, non sulla scorta di esigenze che altrove motivano l'uscita di prodotti. Qui, il più delle volte, ai nuovi prodotti importati noi ci adeguiamo, inventandocene le ragioni d'uso successivamente.

Ma torniamo ai portatili; quali e quanti?

Obiettivo di questo articolo è quello di realizzare un'informativa di base, soprattutto rivolta a prodotti abbastanza nuovi, giusto per permettere un "feeling" del trend di sviluppo. Non parlerò quindi dell'Osborne 1, già altrove trattato ampiamente, né dell'HP-85, anch'esso ben noto, e per alcuni versi inquadrabile nell'ambito dei portatili.

Il gioiello Epson


Forse il più affascinante portatile oggi sul mercto: l'HX-20 Epson. La tastiera è tipo macchina da scrivere, a 68 tasti, mentre il display è su 4 linee da 20 caratteri, LCD. L'unità centrale è costituita da due microprocessori realizzati dalla giapponese NEC.

A mio giudizio questo PC è il più pregevole tra i portatili, sia per prestazioni che per eccellente equilibrio tra dimensioni e portabilità. Questo equilibrio è molto importante, perché posso avere un portatile che, chiuso nella sua custodia, è grande come una macchina da scrivere tipo le ultime elettroniche Olivetti, oppure come una macchina da cucire, e un portatile che posso mettermi in tasca, dando subito adito a non poca confusione con i classici pocket.

Questi due estremi di dimensioni danno puoi luogo a pratiche di lavoro più o meno comode: tasti piccoli, display limitato, poca memoria, oppure esigenza di ampio corredo di periferiche per realizzare una soddisfacente configurazione, da cui un negazione di fatto della portabilità, e così via.

Nel caso Epson, il loro portatile HX-20 pesa poco più di un chilogrammo e mezzo, con dimensioni 21 x 29 cm, spessore 4,5 cm, quindi del formato della presente pagina di Bit. Le caratteristiche tecniche, viste le dimensioni, sono stupefacenti. La memoria RAM è CMOS, 16 Kbyte con estensione fino a 32 Kbyte. La ROM è su 24 Kbyte, ma può arrivare ai classici 64 Kbyte.

Su questa ROM si trova il BASIC, che è Microsoft esteso e un sistema operativo originale Epson, quindi non compatibile con altri classici SO. L'unità centrale è rappresentata da due microprocessori a 8 bit, realizzati custom della NEC per la Epson, ma pare derivati dal 6800 Motorola.

I due microprocessori agiscono secondo l'organizzazione master-slave. La tecnologia realizzativa dell'HX-20 è CMOS, da cui la possibilità di alimentazione con batteria al cadmio-nickel, autonomia di 50 ore, ricaricabilità in 8 ore.

La visualizzazione avviene per display incorporato LCD, 4 linee da 20 caratteri, con grafica 120 x 32 punti, che diventano 128 x 96 se viene utilizzato un monitor esterno, interfacciaible. Dato che i cristalli liquidi non emettono luce, si dipende dalle condizioni ambientali per una buona lettura: per agevolare comunque l'utente, il display è orientabile meccanicamente, cosa molto utile. La capacità dello "schermo" incorporato è evidentemente molto bassa per cui, da una prima impressione, deludente.

Ma questo portatile, come altri, agiscono secondo la nota tecnica dello "schermo virtuale": infatti le 4 linee da 20 caratteri ciascuna sono solo una parte dello schermo completo (virtuale) presente in memoria, di 255 linee. Quindi sul display LCD incorporato è realizzata una finestra, spostabile sia orizzontamente che verticalmente, per cogliere la parte di interesse.

Infine la tastiera. Questa è su 68 tasti, del tipo QWERTY, dove con questa definizione si indicano le posizioni dei primi 6 tasti alfanumerici in alto a sinistra (il primo tasto alfabetico è la lettera Q). Su una macchina da scrivere del tipo Olivetti Lettera 32 (anch'essa portatile!) la designazione sarebbe QZERTY.

ZX Spectrum Sinclair


ZX Spectrum Sinclair. Questo personal si presenta, come del resto i suoi predecessori Sinclair, in forma compatta: un contenitore di dimensioni circa doppie rispetto una normale calcolatrice tascabile. Il corpo contenitore comprende la tastiera a 40 tasti e la scheda unità centrale.

La Sinclair inglese è famosa per i suoi piccoli PC: ZX80 e ZX81. Ora arriva lo Spectrum, oggetto veramente compatto, 14 x 10 cm, praticamente il doppio di un normale pocket. Il box è costituito dalla tastiera, QWERTY, di 40 tasti, con ben 191 funzioni, e da una scheda con tutta la sua logica:
- CPU microprocessore Z80 da 3,5 MHz (frequenta in effetti inusitata)
- 16 Kbyte ROM per BASIC e SO
- RAM da 16 Kbyte fino a un massimo di 32 Kbyte (sic)
- Modulatore UHF per TV, B/N o colore, ma PAL
- Altoparlante miniaturizzato piezoelettrico (quello delle piccole sveglie, tanto per intenderci)
- Interfaccia cassetta audio
- Interfaccia stampante, tipo ZX Sinclair

È in preparazione un'unità a micro-dischi da 100 caratteri. Come ben sanno gli amatori ZX, i precedenti modelli 80 e 81 possiedono un BASIC che in effetti è un dialetto, qui riproposto nello Spectrum anche se in versione più completa, con possibilità di definizione di funzione su una linea (DEF FN) e creazione e lettura tabelle di costanti (READ, DATA, RESTORE).

L'operatività generale è incrementata, a livello scrittura del programma, dal fatto che ogni tasto della tastiera è una lettera o un numero, ma anche una funzione, un'istruzione BASIC. Esiste poi un interessante strumento di autoapprendimento, se nella scrittura di un programma vengono commessi errori di sintassi, questi sono scoperti a livello tasto ed esistono codici particolari atti a guidare l'utente verso la soluzione. Molto valida, infine, la grafica a colori: otto colori, con risoluzione 256 x 192.

Il difetto che subito appare è la ridotta dimensione dei tasti, cosa che può creare problemi a individui "robusti". Ancora, il SO è particolare dello Spectrum, per cui si determina una critica limitazione nell'utilizzo di esistenti biblioteche di programmi.

Orientamento: applicazioni didattiche e giochi, mentre per l'ambito professionale solo situazioni di ridotta complessità possono essere approcciate.

New Brain


Il New Brain, della Grundy Business Systems Ltd. Si noti la tastiera QWERTY a 62 tasti, minuscole e maiuscole. Il display è su una linea da 16 caratteri, ciascuno su 14 segmenti.

A conclusione di questa stringata panoramica di novità "portatili", un prodotto molto interessante dall'Inghilterra: il New Brain della Grundy Business Systems Ltd, società in effetti poco nota in Italia. Di ridotte dimensioni (256 x 15 x 45 mm), si presenta come un pocket con display su una linea da 16 caratteri alfanumerici.

La limitatezza del display viene ovviata da due accorgimenti tecnici. Prima di tutto, il display non è LCD ma a LED su 14 segmenti (il doppio del normale), da cui la possibilità di visualizzare senza difficoltà e con ottimi risultati tutti i caratteri alfanumerici.

Poi, anche nel New Brain viene usata la tecnica della finestra su un display virtuale: 25 o 30 linee di programma, di 40 o 80 caratteri ciascuna, memorizzate e accessibili, con conseguente visualizzazione sui 16 caratteri del display a LED incorporato nel sistema. L'operazione si realizza con uno scorrimento verticale e orizzontale ottenibile con due tasti, tra i 62 presenti sulla tastiera QWERTY.

Ma forse il vero punto di forza di questo portatile è costituito dalla gamma di interfacciamenti incorporati, tali da consentire un'interessante espansione a partire dal modulo base. Si noti però che in tal modo si viene progressivamente appannando la "portabilità", al crescere degli oggetti di corredo che decido di usare.

Perciò questo PC, come altri di ridottissime dimensioni, presenta nella versione base una portabilità massima, con però prestazioni limitate, potenzialmente incrementabili a ottimi livelli da espansioni che ne pregiudicano la portabilità. D'altra parte abbiamo altri portabili, come l'Epson e l'Osborne 1 che, a prima vista (l'Osborne 1 soprattutto) non sembrano poi tanto facilmente trasportabili, ma che comunque mantengono costanti le loro prestazioni a trasportabilità costante.

Tornando agli interfacciamenti del New Brain, abbiamo due uscite per cassetta audio, una linea seriale per stampante, un'altra seriale bidirezionale, con capacità da 75 a 9600 baud. Naturalmente è collegabile a un TV per una visualizzazione completa del display virtuale conservato in memoria.

L'unità centrale è costituita dal microprocessore Z80, unitamente a un'unità slave COP 420 della National Semiconductor. La memoria ROM è 24 Kbyte, più 1 Kbyte nel COP, mentre la RAM è 32 Kbyte. Il sistema operativo è stato realizzato specificatamente per questo PC ma si parla anche di CP/M, con una scheda di estensione. Il BASIC viene considerato molto potente, soprattutto per le sue istruzioni grafiche.

Tornando alla struttura fisica del New Brain, un grave difetto riguarda l'alimentazione, che non è presente nel corpo delle macchine, per cui occorre prevedere un modulo addizionale di alimentazione. Prevista, come opzione, una batteria.

Conclusione


Questa breve panoramica delle novità voleva essere uno stimolo a prendere in debita considerazione questo ennesimo travestimento dei PC: il portatile. Questa nuova famiglia non è costituita da oggetti che alla portabilità hanno sacrificato prestazioni e comodità d'uso, ma molto spesso sono equilibrate creazioni tecnologihce atte a risolvere momenti operativi particolari, diciamo itineranti, oltre che essere (è indubbio) un nuovo affascinante gadget che vorremmo subito avere.

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