7 aprile 2015

Una conversazione con Francesco Carlà

di Andrea Pachetti

Presentiamo questa intervista a Francesco Carlà (classe 1961) davvero con piacere: per quanto si tratti un nome certamente noto agli appassionati italiani, i commenti e le analisi tendono spesso a limitarsi al periodo della Simulmondo, ignorando o minimizzando i fatti antecedenti e l'importanza che hanno rivestito per l'affermazione la cultura dei videogiochi nel nostro Paese. Per questo la conversazione che segue tende a focalizzare la sua attenzione su altri temi: gli articoli per le riviste, i programmi televisivi, il Futurshow e tutto ciò che è servito a diffondere la conoscenza videoludica in Italia presso il grande pubblico. Buona lettura.

Francesco Carlà, fonte
Credo che i suoi primi interventi sui videogiochi siano stati pubblicati su Rockstar, rivista che non ho mai avuto modo di leggere: mi chiedevo quindi quale fosse il taglio degli articoli in questione.

Sì, era una rivista molto diffusa all'epoca: tutta la mia generazione andava matta per la musica rock. Vendeva più di 100.000 copie al mese. Lì convinsi il direttore a darmi una rubrica di una pagina al mese con il misterioso titolo di Videogames. Correva il 1981...

La rubrica si occupava di videogiochi arcade oppure per console?

Videogiochi arcade e i primi games per Atari VCS e Intellivision. La mia idea era semplice: i videogiochi non erano solo passatempi per "bambini scemi", ma nuovi prodotti audiovisivi e per la prima volta interattivi e andavano recensiti e studiati come opere.

Idea senz'altro condivisible, ma immagino difficile da far accettare in quel periodo. Per quanto riguarda Computer Games della Peruzzo, come avvenne invece la collaborazione?

Quello è cominciato dopo, credo, almeno qualche mese dopo. Mi chiamarono, come del resto fecero praticamente tutte le altre riviste dell'epoca: Electronic Games, Videogiochi... Anche quelle di computer, come Micro & Personal Computer, assieme a tante altre di cui ho perso il conto e la memoria. A un certo punto, credo fosse il 1983, scrivevo tutto il giorno di videogame e mettevo mano alla tesi di laurea sulla storia dei videogiochi.

La collaborazione con Rockstar andò avanti per diversi anni. Nel frattempo, durante il 1984, cominciai a collaborare anche a Panorama. Ricordo che la prima recensione su una pagina intera (cosa davvero insolita per l'epoca) fu su Hulk della Adventure international. Poi andai a Londra ad ispezionare quella che allora era la più grande fucina di produzioni in Europa. E anche la più effervescente scena editoriale.

Il periodo a cui si riferisce l'articolo "Software made in England" su Computer Games?

Sì, proprio quello: emozionante rivederlo, grazie.

Dovrebbero essere comparsi dei suoi articoli anche sul mensile per bambini Snoopy della RCS.

Molti, sì. Era un'epoca in cui scrivevo davvero dappertutto.

Il primo Playworld (dicembre 1985), fonte
Immagino comunque che la collaborazione con MC Microcomputer riguardo Playworld sia stata la più importante. Come è nata? Ho visto che anche in precedenza c'erano state recensioni di videogiochi su MC, ma niente di così organico.

Mi chiamarono per chiedermi di lasciare Micro & Personal, la seconda rivista come diffusione all'epoca. Lì facevo "Computer Fantasy". MC era molto più diffuso, mi offriva un'audience maggiore e completa libertà d'azione. Firmai. Partimmo mi pare in dicembre del 1985 e sono andato avanti una quindicina d'anni. Ad un certo punto credo che le pagine fossero diventate otto. Con il corpo di testo di MC era un'impresa titanica. Nello stesso periodo, o forse anche un po' prima, cominciò pure la collaborazione con la Rai.

Ricordo bene la collaborazione Rai. Andava in onda la domenica all'interno di un contenitore...

Si chiamava Videogames Weekend.

Venivano presentati dei giochi Amiga, di solito.

Sì, e avevo fatto anche il primo programma di Serena Dandini, Obladì Obladà, su Rai 1. Ebbi una rubrica che si chiamava Microclips: i videogiochi più belli montati assieme. Mi ricordo Impossible Mission e tanti altri... In quegli anni ho dormito poco!

L'inserimento dei videogiochi in un contesto televisivo è davvero particolare per quell'epoca, non credo in generale fossero molto ricettivi a riguardo. Gli unici casi precedenti che ricordo erano Tandem e l'Orecchiocchio.

Vedevano le cose che scrivevo sulle riviste e mi chiamavano. Avevo una ventina d'anni...

A quanto ho capito, Obladì Obladà era un programma che risentiva molto del clima musicale di "new wave" del periodo, quindi anche i videogiochi venivano mostrati come una specie di videoclip?

Proprio così. Io sceglievo una serie di videogiochi e li montavo assieme facendone delle storie; insomma, storie raccontate con un montaggio di videogames.

Quindi si inserivano in un contesto in cui c'era anche musica ed altro, diciamo un contenitore per "giovani".

Sì, una bella trasmissione che andava in onda su Rai 1 in prima serata: musica, clips, cinema e videogiochi.

Lei lavorava "dietro le quinte" in quel caso.

Sì, in quel programma non comparivo in video.

Parlando invece di Videogames Weekend, dicevamo che in ogni appuntamento settimanale lei presentava un videogioco per Amiga: la scelta del gioco era in qualche modo verificata e approvata dai responsabili Rai? Intendo, c'era qualche forma di controllo sui contenuti o libertà completa? Voglio dire, non so se avrebbero mai mostrato in trasmissione uno "strip poker"...

Libertà totale. Non mi ricordo se l'ho mostrato... Può perfino essere (sorriso)

Io ricordo senz'altro di aver visto Zany Golf e alcune avventure grafiche della Lucas...

Zany Golf, un vero capolavoro. Mi ricordo che feci vedere Test Drive e un game sul circo di cui adesso non mi viene il nome. VG Weekend andò avanti un paio d'anni, mi pare; credo presentai in quella sede anche Sim City e Populous.

Forse il gioco del circo era Circus Attractions, o magari Fiendish Freddy's Big Top O'Fun?

Già, penso li mostrai tutti e due: diventò "famosa" la mia gag con la tigre che non mi mangiava...

Cioè?

Era una cosa divertente e diventò una specie di tormentone: lo facevo per far capire che i videogiochi erano una specie di cinema e di cartoons, ma interattivi. All'epoca non era affatto così immediato da comunicare. Stessa cosa con la multa che mi appioppava il poliziotto di Test Drive della Accolade!

Comprendo perfettamente. Di sicuro le esperienze medie del pubblico televisivo erano magari limitate solo ai vecchi ricordi degli invasori alieni e dei "pac-man".

Sì, l'idea che fossero passatempi elettronici e non prodotti culturali, semi-artistici, interattivi. Penso che nel 1984 il visionario che ci credeva sul serio ero solo io, ma mi sono sempre piaciute le battaglie perse! Poi ero così entusiasta che diventavo contagioso...

Forse anche perché in generale si guarda a certe cose come se fossero patrimonio esclusivo dei giovanissimi; diventano un divertimento pericoloso da adulti, quasi di cui vergognarsi. Una cosa tipica del mondo occidentale: in Giappone per esempio vi è da sempre una distinzione per età, con fumetti per giovanissimi, adolescenti e adulti. Una cosa simile avveniva anche per i giochi...

Sì, li avevo per Msx e Msx2, grandi games.

Tra l'altro lei era proprio uno dei pochi che dava spazio all'Msx sulle pagine di Playworld. Se ricordo bene aveva dei contatti coi club di appassionati, poiché erano giochi difficili da reperire in Italia.

Sì, me li facevano avere loro. Poi sono andato in Giappone solo per quello, e anche a Hong Kong...

Com'è stata questa esperienza giapponese?

Ci devo essere andato nell'estate del 1985: tornai con quintali di dischetti come al solito. In seguito presi anche quella bella consolina giapponese a Hong Kong, il PC Engine. Credo sia stata la prima con i Cd-Rom. Poi acquistai anche il Neo Geo. Qualsiasi cosa che producesse anche alla lontana videogiochi, l'avevo... Compreso l'Atari Lynx: di quest'ultimo avevo tutte le cartuccine disponibili, mi ricordo un bel game di corsa.

Riguardo l'impostazione di Playworld mi aveva colpito il contatto diretto col pubblico, immagino arrivassero un sacco di lettere

Tantissime. Per questo a MC erano stupefatti. Nessuno si aspettava che i videogiochi interessassero così tanto. Non avevano capito cos'era a far vendere veramente gli home computer, come li chiamavano allora.

Una cosa che mi sono sempre chiesto è come ci si procuravano, in concreto, i videogiochi allora. Intendo, i distributori italiani erano tutto sommato pochi, quindi immagino che l'unico modo fosse andare direttamente in Inghilterra oppure ordinarli comunque dall'estero.

Sì, era come coi dischi, per i 45 giri e gli LP: se non ti davi da fare non trovavi nulla. Io viaggiavo, scrivevo, mi davo un sacco da fare. Compravo per corrispondenza usando gli indirizzi delle case che trovavo sulle riviste. Poi molti me li spedivano loro perché gli facevo avere copie degli articoli che scrivevo. Un lavoraccio... Passione.

E quando andò in visita alle varie software house inglesi qual era il loro atteggiamento? Immagino non considerassero l'italia come un mercato florido, causa pirateria e il resto.

No, però erano curiosi ed interessati. Tutta esperienza internazionale che poi ho riversato dal 1987 in Simulmondo.

Quindi diciamo che l'esperienza editoriale è stata propedeutica al resto.

Terrazzo n. 2, fonte
Penso proprio di sì. E prima ancora l'epoca tra il 1972 e il 1980, di gioco e studio. Mi piaceva da matti fotografare gli schermi di tutti i videogame arcade con la mia Polaroid. Sdoganai i videogiochi anche su riviste di architettura come Domus e Terrazzo. Mi piaceva parlare con gli architetti e i designer degli arredamenti e delle case e delle città nei videogiochi... Ero un folle.

Nel numero 2 di Terrazzo, la rivista di Ettore Sottsass, c'era un inserto di molte pagine in cui analizzo gli interni e le architetture dei games, mi ricordo che parlai di Rocket Ranger e di Zany Golf. All'epoca, 1988, nessuno aveva mai fotografato e stampato così bene delle immagini di videogiochi...

Abbiamo appena citato Rocket Ranger: si ricorda quel momento in cui ci fu la polemica sui videogiochi nazisti?

Sì, all'epoca ero passato all'Espresso...

Credo fosse stato coinvolto anche lei, come intervistato, a Tg1 Sette...

Sì! Come diavolo fa a ricordarsi anche questo? (sorriso)

Mi sono documentato parecchio (sorriso) Si ricorda per caso qualcosa riguardo questo servizio giornalistico? Non sono riuscito a reperire filmati a riguardo ma, a quanto riportano le cronache, fece molto scandalo.

Naturalmente io spiegai che stavano prendendo un clamoroso abbaglio e ne scrissi su l'Espresso.

Immagino che la polemica sia poi finita qualche tempo dopo, così come accade quasi sempre per questo tipo di "scandali".

Quasi subito, ma ho dovuto difendere mille volte i videogiochi sui media e con i media. Cattivi maestri. Causa di obesità. Causa di allucinazioni. Causa di epilessia... E non ricordo di cos'altro.

Cosa che peraltro accade ancora, così come negli anni Cinquanta se la prendevano con i fumetti. Penso sia, in generale, una specie di rifiuto del nuovo e del cambiamento, un "linguaggio" dei giovani che non viene capito dagli adulti.

Sì, del resto è successo anche per la musica rock.

Nel caso specifico, la questione dei videogiochi "nazisti" era limitata a qualche programma amatoriale oggettivamente razzista, ma che aveva una diffusione minima. Accusare di ciò i videogiochi commerciali fu molto sciocco, insomma.

Sì, e usavano le immagini di Rocket Ranger perché quelle dei games razzisti erano dilettantistiche.

La seconda edizione di "Space
Invaders", fonte
Presentando una "svastica", immagino fosse il capro espiatorio perfetto...

Infatti.

Prima parlavamo del legame tra divertimento e studio: la sua tesi, che ha poi portato al libro Space Invaders, mi è sempre sembrata molto interessante soprattutto per la parte iniziale in cui si categorizzano e analizzano i generi dei videogiochi.

Infatti era quella l'idea. Semplicemente organizzai una serie di categorie e cercai videogiochi che ci stavano dentro, mi pare ci fosse perfino il teatro (sorriso). Tra l'altro nell'edizione 'Castelvecchi' il testo ha subito un riprovevole editing, specie su qualche titolo famoso, tipo Doom, storpiato in stampa, a ripetizione, in "Domm" o qualcosa del genere.

Analizzare il gioco come medium quindi deriva da studi analoghi riguardanti cinema e musica, in cui vi era una divisione tematica era già ben strutturata?

Sì, come medium e come linguaggio. Mi ricordo un discorsetto sul gioco arcade Phoenix e le sue analogie con Gli Uccelli di Hitchcock ... Un po' tirate per i capelli (sorriso).

Una cosa che forse non conosci è il "Museo del videogame", che ho organizzato per tutte le prime quattro o cinque edizioni del Futurshow, che avevo ideato a Bologna.

Sono stato a una sola edizione del Futurshow e ricordo un settore in cui c'erano dei cabinati arcade storici...

Sì, esatto. Lo spazio era quello che era, ma penso sia stata la prima volta che una selezione ragionata di videogiochi arcade funzionanti e schedati sia stata messa insieme nello stesso luogo: credo ci fossero una cinquantina di macchine, più o meno.

Come era stata organizzata questa mostra?

Le macchine me le prestò il più grande commerciante e gestore di Bologna e della riviera, quello che possedeva le sale giochi Cadillac, Stop e Galaxy a Bologna. Del Futurshow ideai il nome e vari eventi: l'Oscar del Cd-Rom, e il primo Cd-Rom allegato ad un quotidiano, La Repubblica. Devo dire che Sabatini, l'organizzatore, era molto bravo a realizzare queste idee. Molto dinamico. La prima edizione del Futurshow fece 250.000 visitatori o qualcosa del genere.

Il Cd-Rom de La Repubblica, assieme alla presentazione del Futurshow, permetteva di giocare ad alcuni classici arcade...

Fu un successo stratosferico e diede il via ad un sacco di altre operazioni simili per anni. Se ne vendettero un numero imbarazzante di copie. C'era dentro il "museo del videogioco", come in allegato alla prima edizione del mio libro Space Invaders.

Museo del videogame al Futurshow (1996), fonte
Ha mai saputo il perché della sua conclusione?

No, perché io smisi di occuparmene dopo 4 o 5 edizioni, stavo per passare alla finanza...

Quindi più o meno lo stesso periodo in cui lasciò anche il Playworld di MC...

Sì, ho lasciato ad altri la voglia di occuparsi di videogiochi, ai quali avevo già regalato una ventina d'anni di vita. Praticamente dal 1998 gioco solo a golf (sorriso).

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